“Quella cosa del dito e della luna. Quella cosa del dito e della luna mi è venuta in mente l’altra sera; cercavo di indicare una cosa al mio gatto e lui mi seguiva l’indice, lo annusava, ci metteva su il suo odore, si buttava a pancia all’aria perché gliela accarezzassi.
Tu sei così: mi guardi le dita quando invece dovresti guardarmi gli occhi, per questo non capisci. Mi guardi la voce quando invece dovresti guardarmi i silenzi, e allora, solo allora, capiresti.
Se io col dito indico il futuro, lo faccio immaginandomi un filo che continui il mio dito. Col dito indico il futuro e lo faccio immaginandomi un filo che continui il mio dito, un filo che, a un certo punto, si intreccerà col tuo; e, a quel punto, al posto del filo ci sarà il mio dito, ci sarà il tuo dito, ci saranno le nostre mani: saranno loro, a intrecciarsi.
Tu guardi il mio dito e vedi il mio dito, l’impronta digitale di chi sono adesso. Tu guardi il mio dito e vorresti unirlo al tuo in questo momento, vorresti che ti accarezzasse il profilo, vorresti che si infilasse tra i tuoi capelli. Guardi il mio dito e vorresti prenderlo in bocca per sentire, ancora una volta, il mio sapore. Guardi il mio dito e non pensi che, se lo prendessi in bocca, finiresti per recidere quel filo, il filo che indica il futuro e che, nel futuro, immagino intrecciarsi col tuo – col tuo filo, col tuo futuro.
Mi guardi il dito e lo vedi puntato verso di te come se ti stessi accusando, mi guardi il dito dimenticando a cosa è attaccato – alla mia mano, al mio polso, al mio braccio, al mio corpo, alla mia testa – dimentichi il materiale di cui è fatto, pelle spessa, perché le dita sono sempre esposte, pelle ricca di recettori, perché con le dita sento.
Mi guardi il dito e dimentichi di che materiale sono fatta io, ricordi solo la seta dei capelli, la buccia di pesca delle guance, dimentichi il modo in cui i miei capelli sono vivi e vive sono le mie guance e viva sono io, e sanguigna, e se mi afferrassi adesso, se mi afferrassi l’indice per tirarmi a te troveresti, seduta al tuo fianco, una bambola, la bambola del tuo ricordo che parte da quel dito e in quel dito si esaurisce.”
Questo l’ha scritto lei. Io non le sto dietro, scrive un sacco, ma quando poi comincio a leggere un racconto non riesco a smettere: uno tira l’altro, un po’ come le ciliegie.